martedì 11 marzo 2008

Apocalittica e politica: una falsa antitesi

Un luogo comune vorrebbe mettere alla berlina l’apocalittica col pretesto che essa rappresenta un atteggiamento passivo e di fuga dall’impegno nel mondo, visto ormai come radicalmente corrotto e incorreggibile: la sola cosa da fare sarebbe quindi aspettare che sia Dio in persona a venire, infine, a mettere le cose in ordine. Da questo punto di vista, sia Horsley che Wright - in modi assai diversi - sono nel giusto a rivendicare il carattere politico dell’apocalittica. Come scrive Horsley:

Far from an ‘abandonment of historical responsibility’ and a ‘retreat into a vision of the higher reality’, apocalyptic visions and literature attempt to make sense of and respond to concrete historical situations of oppression and even persecution. Far from providing an escape, apocalyptic visions apparently helped people to remain steadfast in their traditions and to resist systematic attempts to suppress them” (Jesus and the Spiral of Violence, p. 139).

Secondo Theissen:

Gesù esprimeva il contenuto centrale del suo annuncio (l’avvento del regno di Dio) con una metafora politica. Il fatto che con l’avvento del regno di Dio anche i romani sarebbero stati sconfitti era qualcosa di così ovvio da non necessitare di ulteriori spiegazioni. (…) Non si può concepire il regno di Dio come un pallido programma teologico; il suo annuncio significava piuttosto che presto in Palestina ci sarebbe stato un mutamento radicale, durante il quale un ristretto gruppo di outsider avrebbe preso il dominio su Israele (cf. Mt 19,28: "In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella rigenerazione, quando il Figlio dell`uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele”). Chi sogna di dodici sovrani provenienti dal popolo si mette in opposizione rispetto a tutte le strutture di dominio esistenti. (…) Senza che fossero nominati gli Erodi e i romani, era chiaro che questa sarebbe stata la fine di ogni dominio terreno” (Gesù e il suo movimento, n.ed. 2007, p.179).


Sono del tutto d’accordo con Theissen. L’apocalittica, pur non essendo riducibile ad una mera modalità metaforica per parlare di eventi politici (come vorrebbero Horsley e Wright), ha nondimeno innegabili implicazioni politiche. Il fatto che per Gesù l’avvento del regno di Dio sia posto in collegamento non con iniziative di tipo militare o di guerriglia, ma piuttosto con miracoli, esorcismi e comunione di mensa, e che in ultima analisi sia affidata ad un intervento miracoloso di Dio, non significa affatto che egli si sia mosso al di fuori della dimensione politica (dobbiamo ricordarci che la distinzione tra politica e religione è un’invenzione moderna, del tutto inesistente nel mondo antico), ma solo che egli ha optato per una differente strategia politica rispetto a quella della rivolta armata. Crossan e compagni hanno ragione a mettere in luce le profonde implicazioni sociali e politiche della prassi con cui Gesù – attraverso le guarigioni, gli esorcismi e la comunione di mensa – rimetteva al centro coloro che la società spingeva ai margini. Ma hanno torto a pensare che ciò sia incompatibile con una visione apocalittica. Qualunque cosa ne pensiamo noi moderni, per Gesù non era affatto contraddittorio mettersi alla guida di un movimento carismatico di rivitalizzazione d’Israele dalle profonde conseguenze sociali (quando dai un banchetto, non invitare i tuoi pari-rango o coloro che ti vuoi ingraziare: invita piuttosto i poveri e i disprezzati), e al contempo aspettarsi che fosse un intervento miracoloso di Dio a completare ciò che egli e i suoi discepoli andavano compiendo. Quella che contrappone apocalittica e attività socio-politica è una falsa antitesi. Tuttavia, se il nome “apocalittica” dovesse essere irrimediabilmente connotato da una concezione negativa di atteggiamento passivo e di fuga, allora è venuto il momento di utilizzare come categoria ermeneutica fondamentale quella di “millenarismo” (di cui parleremo).

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