venerdì 8 agosto 2008

Gesù: cattolico perché apocalittico, secondo George Tyrrell

Anche George Tyrrell, nella sua opera Christianity at the Cross-Roads, si muove sul terreno dell’escatologia conseguente. Il modernista inglese sostiene che Gesù è un apocalittico nelle sue concezioni religiose e un profeta in quelle etiche. Tyrrell ritiene che questa tesi sia molto importante, perché gli permette di sostenere che Gesù nella sua essenza era “cattolico” e la teologia protestante liberale non può farne un garante della sua religiosità.
In sostanza il vero cristianesimo è, a suo avviso, sempre “cattolico”, poiché è “escatologico”. Ogni epoca deve trasfigurare nei simboli ad essa familiari la visione del mondo apocalittica. Nessuna comunione spirituale con il Signore è possibile quando nella religione non dominano più questa volontà e questa speranza assolute in un compimento futuro dell’umanità e delle cose.

(da A. Schweitzer, Storia della ricerca sulla vita di Gesù, Paideia, Brescia, 1986, pp. 703-704)

1 commento:

Filius Lunae ha detto...

Mie riflessioni su Fine del mondo Cristianesimo etc :
Nel corso della Storia numerosi sono gli esempi di uomini che ritennero imminente “la fine del mondo”. In realtà questa sembra una ulteriore ed estrema p r o i e z i o n e soggettiva elevata a scala mondiale (ossia, secondo la coscienza soggettiva, onnicomprensiva) di una situazione personale, vedremo quanto 'critica': dal greco krisis, scelta.
Qualora nella vita di tali persone si verifichi un cambiamento radicale (in ambito familiare, professionale, esistenziale) questa proiezione ‘fantasma’, come nel caso di alcuni sogni, diviene una rappresentazione mentale di prova di come potrà essere (secondo le proprie aspirazioni) il futuro.
A seconda della personalità più o meno strutturata o forte questo messianismo tout court ossessionerà il soggetto, facendogli perdere l’obiettività e il contatto con la realtà.
Un esempio semantico è illuminante al riguardo: Il termine greco telos, nel Secondo Testamento, è da intendersi come ‘il fine, lo scopo’ raggiunto o da raggiungere e non la fine di una situazione o cosa. Esso deriva da tello ‘partire per un punto o meta precisi’; dunque per questo concetto base del contesto religioso/esistenziale, il telos non è da intendersi come un evento: la ‘fine del mondo’ bensì come un’azione da svolgere e compiere: il fine della vita umana o del mondo.
Ci si potrebbe domandare ora: ma dove ha origine tale concezione dell’uomo?
Come abbiamo visto nei casi riportati, il soggetto colpito da mancanze o cambiamenti radicali tende a ‘inscenare’ una rappresentazione da fine del mondo, quando nella realtà ciò che accade è solo una fine del ‘suo mondo’ fino ad allora vissuto.
Nell’interiorità si origina tutto e da lì si dovrà dipanare la matassa della vita.
E’ nell’Imago femminile che si concentra ogni simbolo dell’ancestrale desiderio di rientrare in comunione con la Natura (nel presente contesto si tratta del desiderio di un mondo migliore).
Anche la Natura è, a sua volta, un’entità femminile eterna e primordiale, che si ripropone in tutte le manifestazioni di ogni singola femminilità e di ogni entità, essendo la proiezione individuale un esito della emanazione plenaria della Dea, come figura riflessa all’infinito in innumerevoli erotiche, nel senso più ampio, possibilità espressive.
Tutto quello che si afferma dell’inconscio è detto per lo più in termini religiosi: questo non solo perché l’uomo è homo religiosus ma anche, specificatamente, perché i contenuti dell’inconscio (un insieme di insiemi infiniti secondo Jung) sembrano ‘comportarsi’ in modo numinoso in quanto che nell’inconscio e nel sogno vigono: aspazialità, atemporalità, uguaglianza e intercambiabilità fra cose eterogenee nello stato di veglia, compenetrazione reciproca, etc. e questo spiega l’impatto emotivo forte che il linguaggio religioso ha sull’uomo.
Se nel Vangelo secondo Giovanni l’escatologìa (la dottrina sulle cose ultime) è presenziale (l’escaton è qui e ora), nella visione del mondo della Dea, alla quale faccio riferimento, non c’è escatologìa e nemmeno messianismo.
Nel Medioevo, si, c’è stato un certo messianismo al femminile (vedi l’esempio di Aradia de Toscano, nata nel 1313, in ambito dell’Antica Religione e Guglielma la Boema, nata nel 1269 circa, ai margini dell’ortodossia cristiana) ma esso è sorto come reazione al messianismo oppressivo e perentorio dell’epoca; inoltre esso fu un messianismo sui generis dato che riproponeva la Dea, in ultima analisi sempre presente e sempre agente nel Mondo ‘sua’ creatura.
A livello di immaginario collettivo c'è da rilevare la credenza che ritiene ogni scoperta scientifica e ogni nuova invenzione come segni e strumenti della 'fine del mondo', ovvero ascriverle a potenze più o meno demoniache: il nuovo e lo sconosciuto come metafora di incerte metafisiche e diaboliche presenze.