venerdì 17 settembre 2010

Eins, Zwei, Drei – A chi serve la sistematizzazione della ricerca su Gesù?

Se c’è una cosa nel mondo degli studi sul Gesù storico che mi riesce difficile comprendere, è l’intramontabile mania storiografica di periodizzare e sistematizzare la storia della ricerca.

Illuminante da questo punto di vista è il nuovo libro di Giuseppe Segalla La ricerca del Gesù storico (Queriniana), che riprende il diffuso schema First/Old Quest – No Quest - Second/New Quest – Third Quest, incentrandolo non più diacronicamente sulla successione di “fasi” quanto piuttosto sull’individuazione di paradigmi metodologici ed epistemologici che possono ripresentarsi in epoche diverse.

Essi sarebbero essenzialmente tre: 1) il paradigma illuministico (prima ricerca); 2) il paradigma kerygmatico (nuova ricerca); 3) il paradigma giudaico postmoderno (terza ricerca), a cui Segalla aggiunge una fase cronologica di transizione tra il paradigma illuministico e quello kerygmatico (corrispondente al cosiddetto periodo di “no quest”).

Il primo di essi sarebbe rappresentativo oltre che delle opere pionieristiche di Reimarus e Strauss e delle vite di Gesù “liberali”, anche dalla reazione escatologica a queste ultime da parte di Weiss e Schweitzer. E non solo: seguendo forse James Dunn (cfr. La memoria di Gesù vol. 1, pp. 69-74), Segalla include in questo paradigma anche le recenti interpretazioni sociologiche di Gesù da parte di Horsley, Theissen e Herzog e quelle antropologiche di Crossan, Pesce e Aguirre, in quanto appunto esempi di “neoliberalismo sociale”.

Il paradigma kerygmatico invece comprende i due movimenti inversi e complementari succedutisi nell’ambito della teologia kerygmatica: uno di fuga dalla storia (Kähler, Bultmann e la sua ripresa recente da parte di Luke Timothy Johnson) e uno di ritorno alla storia, notoriamente rappresentato dai lavori dei discepoli di Bultmann (Käsemann, Bornkamm, Robinson), ma anche da quello recentissimo dello studioso giapponese Takashi Onuki (Jesus. Geschichte und Gegenwart, Neukirchener Verlag, 2006).

Da ultimo, vi sarebbe il grande paradigma giudaico postmoderno della Third Quest, che secondo l’Autore, presenta una chiara e distintiva identità a livello storiografico, come pure metodologico e teologico.

Dal punto di vista storiografico, questo paradigma sarebbe caratterizzato dal riconoscimento dell’impossibilità di un atteggiamento puramente oggettivo dello storico verso il suo oggetto (oggettività che non può dunque più essere rivendicata dallo storico non credente rispetto a quello credente, anzi); visione pluralista e non più monolitica del giudaismo del tempo di Gesù; approccio olistico (detti e fatti) e abbandono della trattazione analitica delle singole tradizioni su Gesù in favore di una visione complessiva della sua figura e vicenda (Segalla nota però che questo non è il caso di Meier).

Dal punto di vista metodologico, il nuovo paradigma si caratterizza per il ricorso ad una più ampia gamma di fonti sia indirette (scritti di Qumran, Nag Hammadi, letteratura intertestamentaria) che dirette (vangeli extra-canonici, i quali però vengono però ritenuti da Segalla, sulla scia di Meier, storicamente non affidabili o ininfluenti), per il ripensamento dei tradizionali criteri di autenticità e per l’apporto dei metodi sociologici, antropologici e letterari. Infine, dal punto di vista teologico, il paradigma della Terza Ricerca si caratterizza per la distinzione ma al tempo stesso per il legame e l’inseparabilità tra metodo storico e metodo teologico, dal momento che la fede è parte integrante delle testimonianze storiche su Gesù e che l’indagine storica aiuta a comprendere lo sviluppo della fede cristologica.

Segalla resta invece un po’ sul vago quando si tratta di illustrare non le caratteristiche bensì i concreti esponenti di questo paradigma. Non certo gli studiosi afferenti il Jesus Seminar, che vengono invece inquadrati come una ripresa della Prima Ricerca, con influssi della Seconda. Senza dubbio rappresentativi sono invece Sanders e Charlesworth, come pure Meier, la cui opera viene esplicitamente giudicata la migliore della Terza Ricerca, nonostante il fatto che il suo approccio analitico sia diametralmente opposto alla “visione d’insieme” (alla Sanders) che dovrebbe essere tipica della Terza Ricerca. Probabilmente Segalla include tra gli esponenti del paradigma anche Puig i Tarrech e Pagola, come pure Dunn e Bauckham, sebbene a proposito di questi ultimi egli sia incerto se si debba parlare di un “secondo versante della Terza Ricerca” o di un vero e proprio quarto paradigma.

Ora, uno può essere più o meno d’accordo o in disaccordo con questa rappresentazione storiografica della ricerca proposta da Segalla e che con le caratteristiche che egli ravvisa nei vari paradigmi elencati (e, limitandomi anche solo a quello della presunta Terza Ricerca, io dubito che si possano effettivamente ravvisare tutte quelle convergenze a livello storiografico, metodologico e teologico che Segalla ritiene di aver individuato). Ma quello che io mi chiedo è, quand’anche la si accetti, che cosa se ne guadagna? Qual è la sua utilità? La mia opinione è che essa non conduca ad altro che ad una serie di etichette notevolmente astratte che non solo non apportano alcun insight positivo, ma addirittura rischiano di risultare equivoche e fuorvianti.

Cosa ho guadagnato quando ho messo in uno stesso pentolone illuminista e liberale (o neo-liberale) Reimarus, Strauss, Renan, Weiss, Schweitzer, Theissen, Horsley e Crossan, e in un altro pentolone postmoderno Sanders, Meier, Puig i Tarrech, Dunn e Bauckham? Questi accomunamenti aiutano a comprendere meglio le posizioni degli studiosi in questione? O piuttosto sono realizzati ad un livello di astrazione tale da rappresentare poco o nulla di esse, o, peggio ancora, da indurre il lettore non specializzato a giudizi privi di reale fondamento?

Francamente non mi riesce proprio di capire come si possa pretendere di dare un contributo positivo di conoscenza, quando si sussumono 230 anni di ricerca e centinaia di studiosi in tre grandi barattoli. Penso che si possa fare della buona storiografia rinunciando a grandi generalizzazioni e limitandosi a fare accostamenti, individuare filoni e tracciare tendenze nella misura in cui ciò si rivela effettivamente significativo. L’identificazione di modelli e paradigmi può essere utile solo entro un certo grado di astrazione, oltrepassato il quale si ha solo il flatus vocis.

Nel complesso, l’impressione che mi sono fatto di questa schematizzazione della ricerca (consapevolmente didattica) offerta da Segalla, è che altro non sia che un prontuario ad uso di teologi che non hanno o il tempo o la voglia di cimentarsi con la estrema varietà, pluralità e contraddittorietà di approcci e risultati che caratterizzano ineludibilmente il panorama della ricerca. Siccome una ricognizione della ricerca per quello che realmente è, risulterebbe di fatto inutilizzabile per il teologo, si cerca allora di confezionargli una fantomatica Terza Ricerca che presenti una tanto chiara quanto inesistente identità a livello di assunti storiografici, metodologie e rapporto epistemologico con la fede, così che il teologo è soddisfatto e può cominciare a costruirci sopra.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Johannes,
bell'articolo. Se hai il tempo e la voglia, mi farebbe piacere sapere cosa intendi di più preciso quando scrivi: "[...] una ricognizione della ricerca per quello che realmente è risulterebbe di fatto inutilizzabile per il teologo".
Grazie e ciao,
Elijah

Anonimo ha detto...

Interessante articolo. Sono uno studente di filosofia è sono stato spesso abituato a manuali di storia (non solo di storia della filosofia ma anche d'arte, politica e diritto) che dato che non sono destinati a gente che si interessa della sempre attiva ricerca storica, finiscono per dare sistematizzazioni e schemi semplici, linerari e pronti da usare per non-storici come studiosi di filosofia, arte e diritto. Penso che anche i teologi comunque nei loro studi facciano anche un po' d'esperienza su come si usa il metodo storico. Magari puoi farmi sapere se ciò è presente negli studi teologici nelle varie università delle varie nazioni.

Poi è vero che la ricerca storica da sola non può spiegare ai teologi come devono parlare della fede ma in fondo la storia non può neanche bastare per spiegare agli studiosi di diritto come devono parlare della giustizia o agli studiosi d'arte come devono parlare della bellezza.

Ciao.

Michele

Anonimo ha detto...

Nel complesso, l’impressione che mi sono fatto di questa schematizzazione della ricerca (consapevolmente didattica) offerta da Segalla, è che altro non sia che un prontuario ad uso di teologi che non hanno o il tempo o la voglia di cimentarsi con la estrema varietà, pluralità e contraddittorietà di approcci e risultati che caratterizzano ineludibilmente il panorama della ricerca. Siccome una ricognizione della ricerca per quello che realmente è, risulterebbe di fatto inutilizzabile per il teologo, si cerca allora di confezionargli una fantomatica Terza Ricerca che presenti una tanto chiara quanto inesistente identità a livello di assunti storiografici, metodologie e rapporto epistemologico con la fede, così che il teologo è soddisfatto e può cominciare a costruirci sopra.

Ebbè,a scarsità di fonti corrisponde logicamente una maggior varietà di interpretazioni storiche,se prendessimo il caso del periodo dell'Inquisizione dove di fonti ve ne sono,si nota un minor ventaglio interpretativo,ma pur sempre denso di opposizioni.
Ho idea che la ricerca storica,per quanto si facciano categorizzazioni o raggruppamenti,non riuscirà mai ad essere sempre così conciliante quando fonti e documenti sono scarse e molto frammentarie.

Claudio

Johannes Weiss ha detto...

Ciao Elijah!
Quello che intendevo dire è che il mondo della ricerca storica su Gesù è troppo profondamente segnato da una irriducibile pluralità di approcci, metodologie e, ovviamente, risultati, perché un teologo possa addentrarsi in questa selva con la speranza di poterne uscire tenendo in mano qualcosa di simile al "Gesù degli storici", a partire dal quale sviluppare poi la sua cristologia dal basso.
Tutto ciò che potrà fare (a meno che non abbia l'audacia di voler essere un novello Schillebeecx, e farsi lui stesso da sè il proprio Gesù storico), è adottare il Gesù di Tizio o Caio (cfr. su questo anche le riflessioni di Allison nel suo "The Historical Christ & the Theological Jesus", pp. 6-22 e 21-22 in particolare - vedi googlebooks).
Ma il Gesù di Tizio e Caio è in definitiva la prospettiva soggettiva di un singolo studioso, laddove la teologia, per la sua stessa natura di disciplina ecclesiale, ossia comunitaria, necessiterebbe di un fondamento decisamente meno soggettivo.
Ed ecco allora che inventandosi una presunta Terza Ricerca - che porta intrinsecamente con sè un'idea di superiorità rispetto a quelle precedenti -, e ricacciando magari nella Prima o Seconda Ricerca le proposte contemporanee meno ecclesiasticamente utilizzabili, ecco che si è ricavato un simulacro di consenso accademico a cui ci si possa richiamare dando un'impressione di maggiore oggettività rispetto a se ci si richiamasse semplicemente al Gesù di Tizio o al Gesù di Caio.

Se poi per la testa di Segalla, consapevolmente o meno, siano effettivamente passati simili pensieri, non mi azzardo certo a dirlo.
Magari si tratta solo di una forma mentis particolarmente diffusa in ambito ecclesiastico, che tende a fare grandi e quanto astratte sistematizzazioni (penso ad es. ad alcuni manuali o trattati filosofici, magari un po' datati, che ti buttavano lì IL razionalismo, L'empirismo e L'idealismo - con i rispettivi errori - e buonanotte ai suonatori!).

Johannes Weiss ha detto...

Ciao Michele.

Certamente semplicità e schematicità sono, entro un certo grado, didatticamente apprezzabili.
Ma prendiamo il caso di un manuale di storia della filosofia. Se mi riporta un'ampia sezione dedicata all'Idealismo o al Romanticismo, di fatto però la trattazione non consiste nell'esposizione di una "essenza" della filosofia idealista, bensì vengono affrontati analiticamente, ciascuno per proprio conto, i diversi pensieri dei vari Fichte, Schelling, Hegel. E nemmeno verranno dirottati in questa sezione Berkeley o addirittura Platone!
Il libro di Segalla invece non è una storia della ricerca sul Gesù storico, in cui si illustrano le posizioni dei vari studiosi, bensì un'esposizione sistematica ed "essenzialista" di tre presunti paradigmi (liberale, kerygmatico, giudaico postmoderno) che possono riunire tutti i vari studiosi solo a prezzo di un elevato grado di astrazione, e nella quale può per giunta accadere il paradosso che uno studioso come Richard Horsley, uno di quelli che maggiormente ha approfondito il contesto giudaico (o meglio, galileo)proprio di Gesù - e che da questo punto avrebbe tutto il diritto di far parte del terzo paradigma - si trova ricacciato nel primo paradigma, per il solo fatto di ricorrere a una prospettiva sociologica. Semplicemente assurdo!

Per il resto, non vi è dubbio che anche i teologi vengano a contatto nei loro studi con il metodo storico, e continuino a considerarlo e magari ad applicarlo nei loro lavori. E questo vale naturalmente anche per i teologi cattolici, sebbene, ritengo, ancora in modo meno capillare rispetto ai colleghi protestanti.
Nel caso del libro di Segalla, tuttavia, non è propriamente una questione di metodo storico, bensì di storiografia.

Johannes Weiss ha detto...

Ciao Claudio

Sono d'accordo che sulla pluralità delle ricostruzioni storiche su Gesù, incida la questione delle fonti, sebbene io punterei non tanto sulla loro quantità, quanto sulla loro intrinseca problematicità (i vangeli sono prima di tutto documenti di fede; il contesto evangelico in cui sono riportate le tradizioni gesuane è sostanzialmente artificiale, sicché lo storico si trova costretto a decontestualizzarle e poi a ricontestualizzarle entro quello che ritiene essere il loro più plausibile contesto originario).
Tuttavia devo ripetere anche a te quello che ho appena detto a Michele: nel caso del libro di Segalla non si tratta di metodo storico, bensì di storiografia.

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